Una considerazione generale sulle Oche di GU

Nel leggere la “replica” del dott. Hawass, sulla vicenda delle Oche di Meidum, non posso non confermare la mia difficoltà nel continuare a imbattermi in affermazioni “stantie” che rivelano, quasi sempre, la sola necessità personalistica, di chi le declama, di non arretrare su posizioni, che a ben pensarci nell’economia dell’umanità poco farebbero cambiare il corso degli eventi. Trincerarsi dietro affermazioni quali: ” è un archeologo e non uno storico dell’arte” (con la stessa logica, allora, e la sostengo in pieno, solo archeologi a condurre missioni di scavo in Egitto…e quindi? Temo che ci sarebbero ben pochi scavi), o, parafrasata, un bel generico: è sempre stato così e non potrà essere diversamente, appartiene più alla sfera del dogma che della ricerca. Ogni ricerca dovrebbe partire dal punto di arrivo di qualcun altro ed essere portata avanti o addirittura stravolgerla, senza che sia una semplice e banale, ma spesso comoda, trasmissione integra di nozioni “precotte”. Gli uomini di cultura possono essere dei “passacarte” burocrati? Inutile nascondersi dietro l’ipocrisia, almeno in Italia, di aver etichettato materie umanistiche sotto la pomposa e altisonante categoria “scienza”.

oche

In ogni caso, non so come andrà a finire questa vicenda, non so se l’egittologo Tiradritti abbia preso una cantonata o meno, la cosa che ritengo interessante è che un dibattito sia stato aperto su argomenti apparentemente intoccabili. Poi per carità, l’effetto gattopardesco che non è solo italico, ammanterà quanto prima la vicenda di uno strato di oblio e le oche continueranno a starnazzare virtualmente e a essere ammirate in tutta la loro meravigliosa bellezza, presunta o vera, però e c’è sempre un però…quante volte gli storici dell’arte si sono presi delle belle cantonate, pontificando, esaltando, magnificando opere che nella realtà dei fatti non erano così “complete”? Lo avevo raccontato nel 2012 (stando alla risposta di Hawass, avrei dovuto avvisare le autorità per quanto affermo?) Intorno al 1860, durante uno scavo condotto a Saqqara, dall’illustre egittologo Mariette, in una mastaba, tipica sepoltura upperclass dell’antico Regno, fu ritrovata una interessante statuetta, in legno di sicomoro, alta circa 112 cm, del proprietario della tomba: il sacerdote -lettore Kaaper, passato alla storia come il sindaco o sheik el -balad.

Fin qui, tutto normale, a parte questa sovrapposizione di ruoli sociali. Sindaco o sacerdote? Ma questo lo vedremo successivamente.
La statuetta è conservata al museo del Cairo, e si presenta in tutta la sua autorevolezza. Le foto di questo oggetto sono spesso accompagnate da descrizioni molto “alte” e pompose che restituiscono un quadro, come tendo a scrivere o dichiarare di pathos mal riposto. Frasi del tipo: l’aspetto naturale vivifica oltre la fierezza dell’aspetto, anche l’intima orgogliosa personalità’ si accompagnano ad altre attribuzioni che probabilmente l’oggetto, in quanto tale, non porta con sé.
In fondo siamo tutti vittime del “bianco classico” di winkelmaniana memoria, per cui un oggetto dell’antichità esprime tutto il suo splendore grazie al bianco o a determinati canoni estetici recentemente elaborati.

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Per farla breve, applicando categorie estetiche che mal si coniugano, a mio parere, con l’analisi dei dati materiali, diversi studiosi, che hanno analizzato e interpretato la bellezza anche della pinguitudine del nostro povero Kaaper con canoni classici, gli hanno regalato, fortunatamente per lui, quella sorta di immortalità che gli abitanti dell’antico Egitto avrebbero sempre inseguito anche grazie alla realizzazione di questi oggetti. Però inserendolo nella categoria dell’oggetto d’arte bello. Ai fini dell’immortalità di Kaaper cambia poco. obbiettivo raggiunto.
Però, se gli stessi studiosi, avessero visto nella sua vera completezza la statua, come avrebbero reagito i cultori del bello? Kaaper sarebbe stato considerato lo stesso?
Immetto un po’ di elementi: la statuetta porta su di se tracce di una leggera patina di gesso dipinta, ma per la sua totalità il legno di sicomoro è la superficie che appare agli occhi di tutti. Nella realtà dei fatti la statuetta era colorata.

Secondo elemento: leggenda metropolitana ma suffragata da evidenze: una volta ritrovata, la statuetta,per essere trasportata, fu imballata con del materiale che ha letteralmente assorbito il colore, restituendo così un oggetto “naturale”, “vivido” e “semplice”; peccato che il calco involontario in negativo di Kaaper, fosse di colori molto accessi a tal punto che potrebbero far rientrare l’oggetto nella categoria del kitch!
Quindi, il nostro sacerdote – lettore, sarebbe stato ugualmente elogiato da chi, nell’analisi del c.d oggetto d’arte, utilizzava il parametro del “bianco classicheggiante”? Gli avrebbe fornito l’immortalità inserendolo nella categoria del etc etc etc.? Dubito, fortemente, anche se non ho la prova contraria, anche se…
La mia morale è sempre quella, le interpretazioni sono sempre pericolose, e, nella costruzione di dogmi ( ma questo in senso generico e non solo per il discorso di questo post) , forse sarebbe meglio appoggiarsi su dati più oggettivi che non siano frutto di mode e culture del momento.
Ad esempio, termini come naturalistici o realistici, rifacendosi al concetto proprio di quelle correnti artistiche, come possono essere declinate su oggetti realizzati da abili artigiani e che avevano scopi ben più pragmatici?
Ah, dimenticavo. Kaaper è passato alla storia come il sindaco, per un altra “distorsione”: nella realtà dei fatti lui era un sacerdote lettore vissuto circa 4500 anni fa, V dinastia. Nel momento in cui fu scoperta la statuetta, il sindaco del villaggio degli scavatori che partecipavano alla missione aveva un aspetto molto simile e da li sheikh el balad…nome con cui la scultura è nota ancora oggi…
Generoso Urciuoli

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