Archeoblogger alla riscossa di GU

Nel 2002, Alessandro Guidi, professore dell’Università degli Studi Roma Tre, per una “voce” della Treccani (Sviluppi recenti del pensiero archeologico) scrisse:
“L’archeologia si è sempre misurata con la cultura del suo tempo, di cui ha diversamente interpretato esigenze e prospettive, ma questo non ha sempre coinciso con la formulazione di un vero e proprio “pensiero archeologico”, che è stata invece conquista delle generazioni a noi più vicine (Trigger 1996) e che ha condotto ad investigare gli aspetti teorici della disciplina.”

Personalmente sposerei in pieno tale concetto. Ho usato, però, il condizionale, modo verbale che lascia per sua essenza nell’incertezza, perché per essere “reale” deve soddisfarsi una determinata condizione. Nel mio caso specifico, da comodo osservatore esterno, penso che le nuove generazioni, pur misurandosi con la cultura del proprio tempo, pur confrontandosi e utilizzando i mezzi di comunicazione di questo tempo, un pensiero archeologico, un pensiero articolato, un pensiero che porti a una sana autocritica, non l’abbia ancora conquistato.
Vado a spiegarmi: l’archeologia viaggia sulla rete. Mi sento, con orgoglio, uno di quelli che permette all’archeologia di inocularsi in molti server. Lo faccio in maniera leggera, usando temi accattivanti, spesso di interesse “pop”, il tutto sempre finalizzato a veicolare un auto oscurato e difficile argomento come il “dotto o scientifico” messaggio archeologico.
Mi guardo intorno e vedo una generazione di archeoblogger. Ne sono contento, ne sono felice.
Alcuni di questi colleghi ho avuto modo di incontrarli virtualmente, di chiacchierare con loro durante la trasmissione radiofonica che conduco, di scambiare alcuni pensieri dal vivo.
C’è un elemento comune che li unisce: l’energia. C’è anche un altro elemento che li accomuna: la divulgazione.
Vedo un dramma in tutto questo. Questo “manipolo” di archeologi, votati alla diffusione della loro passione, costituisce la punta di un iceberg?
Purtroppo no! Sotto intravedo un enorme phon che vuol sciogliere quella punta.
Quante volte mi è capitato di assistere alla completa derisione e irrisione di questi “giovani” (a me è stato dato ancora del giovane nonostante i miei 46 anni) che “addirittura” usano la rete per raccontare che oltre le US c’è di più da parte dei “soliti noti” ? Per non parlare del codazzo che affolla il passaggio dei “soliti noti”.
Il messaggio che, dall’alto della mia giovinezza, mi sento di dare è: non fatevi “intimorire” dalle frasi fatte ormai obsolete e stantie. Se avete la passione per la divulgazione e nel contempo siete dei ricercatori, non siete “malati”, non siete “sbagliati”. Non abbiate il timore di non usare un termine tecnico mentre state cercando di appassionare i vostri interlocutori, lo userete nel post successivo, quando chi legge ha già intuito che si può andare in profondità. Insomma, chi mai potrà togliervi il saluto? Qualcuno in dipartimento? Lo so, in alcuni ambiti sono graditi gli utili idioti, sono meno difficili da gestire e poi, un utile idiota non offuscherà mai il sole del sapere, mentre, magari voi, cari amici archeoblogger, con il vostro lavoro, siete portatori sani di eclissi mal digerite!
Però, tutto questo, con la formazione di un pensiero archeologico, cosa ha a che vedere?
Ve lo racconterò, se mi ricordo, nel prossimo post!
Ah, dimenticavo, se la gente vuol vedere l’archeologo come Indiana Jones, se i giornalisti per entrare in sintonia con i lettori descrivono le imprese come avventurose, non preoccupiamoci, nella vita e nella professione di un archeologa/o ci sono ben altre situazioni da dover raddrizzare!

Generoso Urciuoli

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