Tre tughra contro tre tughra.

La dinastia ottomana ci è familiare, meno le contemporanee dinastie safavide (altopiano iranico e dintorni) e moghul (India). Da un punto di vista storiografico, le tre dinastie, ottomana, safavide e moghul, sono considerate come gli ultimi tre imperi islamici.
La dinastia ottomana ci è più familiare, dicevamo, perché minacciò in modo sostanziale l’Occidente, “bussando” insistentemente alle porte di Vienna. Ma nulla di fatto, la capitale dell’impero asburgico riuscì a resistere nonostante i diversi tentativi, da parte turca, di conquista.
Un tentativo di penetrazione di Vienna avvenne per via sotterranea, durante la notte, per prendere di sorpresa le sentinelle.
Qui la storiella si fa interessante: i fornai, come è si sa, lavorano di notte, e furono loro ad accorgersi del tentativo di attacco, danno l’allarme e tutto si risolve per il meglio.
Per commemorare tale episodio, di scampato pericolo, un pasticcere di nome Vendler, inventò il famoso cornetto che tutti noi conosciamo anche con il nome di brioche, dalla forma di mezzaluna.
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Indipendentemente da questo aneddoto, la cucina ottomana ha subito una distorsione storica.
La vulgata continua ancora a passare come verità la presunta austerità riscontrata sulla “tavola” musulmana. Questo concetto o distorsione è fortemente occidentale: si pensi, ad esempio, agli ambasciatori occidentali, venuti a contatto con la corte ottomana, che forniscono un’idea errata della cultura del cibo dei Turchi. Dalle testimonianze sembra emergere la non esistenza di una cultura gastronomica, se non addirittura la mancanza di una cucina, intesa come sistema di elaborazione del cibo, e, paradossalmente, anche come luogo fisico.
Tale “damnatio” gastronomica non ha colpito solo l’Impero Ottomano: infatti, andando indietro nell’arco cronologico delle civiltà antiche, ad esempio quella egizia, la mancanza di documentazione diretta sull’argomento o le testimonianze dirette ma forzate hanno condizionato la scrittura e l’analisi da parte di molti di quelli che si occupano di gastronomia.
La realtà, fortunatamente, è ben diversa: il più antico trattato di gastronomia ottomana è un poema intitolato Nazm-u ‘t-tabbahin (La sequenza dei cuochi), attribuito a un medico vissuto a cavallo tra il XIV e il XV secolo, di nome Sehi. Come in molti altri documenti antichi, il cibo in questo caso è trattato alla stregua di una lista della spesa, citando elenchi di carne, pesci, vegetali e spezie; sono presenti invece delle ricette nel Kitab-u ‘t-tabih o Libro del Cuoco, composto nel XV secolo. L’autore è sempre un medico: Mehmed bin Mahmud Sirvani. Un altro lavoro, intitolato Il Mangiar all’epoca del conquistatore (Faith devri yemekleri), è un testo che ha per argomento i cibi acquistati e preparati per il sovrano, mentre nel 1539 venne redatto lo Ziyafet defteri (Registro del banchetto), un ricco documento su quanto realizzato all’interno delle cucine del Topkapi. Interessante, anche se a latere, rispetto all’aspetto gastronomico, sono i libri di leggi o kanunname, che spesso enunciano i cibi di cui era permessa o proibita l’esportazione, i dazi e altre informazioni utili. A titolo esemplificativo, possiamo ricordare che il primo libro a stampa dedicato alla cucina ottomana risale al 1844, e si intitola Il Rifugio dei cuochi (Melceű ‘t tabbâhî). Questo solo per rimanere in ambito di cucina ottomana, perché i trattati di cucina e di arte gastronomica, legati alla cucina islamica, compaio ben prima.

Ma visto che non si vive di solo cibo, volevo presentarvi il tughra, ovvero la “firma” del sultano ottomano.
In realtà i tughra oggetto di questo posto sono tre: uno al British di Londra, uno al Metropolitan di New York, l’ultimo è “italianissimo” ed è al MAO – Museo d’Arte orientale di Torino.

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Il tughra è un emblema calligrafico, introdotto dai sultani ottomani, che veniva utilizzato come “sigillo” nella documentazione ufficiale, ma presente anche sulle monete che identificava il sultano.
Utilizzato nel 1324 per la prima volta, il suo aspetto grafico si articola sempre di più con il passare dei secoli, fino ad arrivare ad essere, come nei tre presenti nelle immagini, delle vere e proprie opere d’arte.
Ogni sultano sceglieva la propria forma, stilizzazione di probabili elementi vegetali o animali, il cui valore simbolico è ancora dibattuto tra gli studiosi.

Nel momento in cui saliva al trono, il sultano sceglieva la propria forma di tughra che conteneva, in ogni caso, il nome del regnante, il nome e relativo titolo del padre del regnante e la frase: l’eternamente vittorioso.

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(MAO-Museo d’Arte Orientale di Torino)

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(Metropolitan Museum of New York)
Gli esempi qui riportati sono tutti e tre realizzati su carta, da fini artisti di corte che hanno utilizzato inchiostro blu e d’oro.

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(British Museum di Londra)

Insomma, come poteva essere possibile che, con tali emblemi, il sultano non fosse un buongustaio?

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