Ne sono consapevoli?

Ci sono persone che mi suscitano prima un forte fastidio e immediatamente dopo, senza aver disperso energie in una discussione con loro, mi forniscono spunti molto interessanti per una riflessione che prenda poi forma di un post. Anche se in realtà mi annoiano a morte. Non per nulla il mio nick su twitter è @archeodandy!

Il mio supplizio è che sono circondato da persone così, soprattutto una in particolare che si è arrogata il diritto, pur non aggiornandosi da decenni e in virtù della sua esperienza, ormai di decenni fa in ambito universitario, di avere la verità rivelata. Ma le cose cambiano, tranne loro, gli inamovibili e tale persona, dal mio punto di vista, rappresenta quanto di più statico possa esistere.

Già in passato, dopo una discussione sempre con la stessa persona, la seconda parte di questo post; 
oggi a distanza di un paio di settimane da una discussione inutile avuta con tale studioso (metto al maschile…ma…) sul problema dell’aniconicità nell’arte islamica nasce questo post: Ne sono consapevoli?

La mia formazione è da archeologo. Una formazione anomala e variegata, per scelta. Non sono uno storico dell’arte, chiaro, ma mi sento uno di quegli archeologi che per natura e indole si è trasformato.

L’archeologo, purtroppo per lui/lei in passato ha vissuto sempre della sindrome del fratellastro/sorellastra dello storico dell’arte. A ben pensarci, la ricerca archeologica era finalizzata, prevalentemente, alla conoscenza della produzione artistica e monumentale del mondo antico, soprattutto quello classico. Quindi, indirettamente si occupava di arte, di stili, del “ricciolo di Costantino”. Dove non arrivava il lacunoso documento scritto, interveniva l’archeologo ricomponendo il quadro grazie al dato materiale.

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Poi, fortunatamente, l’archeologo si è reso conto che il suo orizzonte poteva essere molto più ampio: non solo una ricerca sulle diverse forme di produzione artistica bensì anche il contesto più ampio all’interno del quale quella produzione artistica veniva realizzata. E ancora oltre: l’economia di quel contesto, il rapporto tra il contesto e l’ambiente, le trasformazioni culturali, e via via una sfera sempre più ampia.

Una formazione umanistica, quella dell’archeologo, che necessariamente doveva incontrare discipline più scientifiche. Ciao ciao alla sola storia dell’arte e dell’architettura. L’archeologo ha iniziato a confrontarsi con la geologia, la botanica, l’antropologia fino addirittura ad arrivare ai complicati processi della comunicazione.

Una posizione strategica e difficile. L’archeologo si è trovato proiettato a rivestire un ruolo fondamentale per la conoscenza dell’antichità: il punto di incontro tra le scienze umane e le scienze esatte e naturali.

La mia domanda è: ne sono consapevoli? Prima di tutto gli archeologi stessi e poi subito a seguire i saloni noiosi ancora fermi alla “storia degli studi”? Quelli che accusavano i dinosauri di essere dinosauri ma loro sono peggio dei dinosauri?

Insomma, se il mio punto di vista si è arricchito, è forse un bene, o no?

diacritici

Attingendo dalla definizione proposta dalla Treccani, alla voce “segni diacritici” si apprende che “nella lingua scritta, i segni diacritici sono lettere che non corrispondono a un suono, ma servono soltanto a determinare (dal greco diakritikòs ‘che distingue’) la giusta pronuncia di un’altra lettera o gruppo di lettere.”
L’annoso problema dei segni diacritici affligge molti studiosi dell’antichità. Soprattutto quelli che devono confrontarsi con lingue morte e civiltà lontane. Nel momento in cui, abbandonato il proprio scrittoio, ci si deve rivolgere all’esterno, ecco che scatta la sensazione di immobilità: li metto o non li metto? Il buon senso vorrebbe che, a seconda degli ambiti a cui ci si sta rivolgendo, li si usi o meno. Si sta scrivendo un articolo per una rivista scientifica e che verrà letta solo da tuoi colleghi che non vedono l’ora di appuntare la mancanza di qualcosa? (come se tutto il mondo accademico fosse lì pronto a leggerti?) Si sta scrivendo un libro che sarà usato come testo di riferimento per le proprie lezioni universitarie? Si sta scrivendo il saggio che sconvolgerà le conoscenze e bisogna non essere attaccati su dimenticanze sciocche per non distogliere l’attenzione dal cuore del discorso? In quel caso, usando i font giusti, comunemente accettati da chi deve pubblicare, la soglia di attenzione deve essere alta.
diacritici
Però, devi scrivere un testo per una mostra, un evento rivolto al grande pubblico che poi un grafico deve prendere ed elaborare? O il testo deve essere consegnato a un ufficio stampa che verrà poi girato a un giornalista che forse neanche lo guarda e lo pubblica? Non bisogna pensarci su neanche un minuto: mettere tutto in corsivo (se proprio dobbiamo utilizzare alcuni termini) e via, basta paranoie.
E se arrivassero critiche? Dovessi trovarmi in una situazione del genere e uno studioso (che merita una risposta, ovviamente) contestasse l’assenza di segni diacritici in un comunicato stampa che “esce da un museo” e che finisce su una rivista che usa un font che certamente non avrà tutti i diacritici, risponderei, in modo garbato e gentile ma lasciando spazio all’uomo medio che alberga in me: per alcune lingue che definire ormai morte è dir poco, di cui non abbiamo lontanamente l’idea se il suono fosse quello o meno e che per convenzione noi “moderni” si è deciso di “farle suonare” in un certo modo…ma di cosa stiamo parlando?
Generoso Urciuoli

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