Quanti pani per una formula importante!

Cibo! Ancora cibo? Ovunque si parla di cibo! Siamo circondati, dobbiamo arrenderci? Partendo dal presupposto che nelle vita c’è di peggio, e ci sentiamo di rassicurarvi, per quel che vale il nostro pensiero: al cibo ci siamo arresi, da sempre, Egizi compresi!

Abbandoniamo il cibo, ma solo per qualche riga.

Esisteva una vecchia pubblicità televisiva il cui slogan era: “basta la parola”. Nei percorsi mentali che ci portano a collegare elementi apparentemente distanti, spesso ci viene anche da affermare: “Se qualcosa è stato definito in un vocabolario, allora esiste”. Lo pensavano anche gli Egizi, infatti, pronunciare con il giusto tono di voce o semplicemente scrivere una parola ne avrebbe garantito la sua esistenza e dinamicità! Tranquilli, per quanto appassionati all’antica civiltà egizia non attribuiamo al vocabolo il valore performativo che loro gli fornivano.

Mettiamo insieme parole e cibo, o meglio geroglifici e cibo. Cosa ne viene fuori? Rispondendo con una battuta: pancia piena senza mangiare.

La vita delle donne, uomini, animali e divinità della Valle del Nilo era imprescindibile dal rituale (non solo inteso da un punto di vista sacro) dell’alimentazione. Nel prendere atto di questa “verità”, ci addentriamo in questo fitto “mistero” sul cibo, partendo dallo straconosciuto e familiare hotep di- nesu.

 

Formula o incipit, per l’esattezza, di una frase talmente familiare e studiata meccanicamente che, purtroppo, ha perso il fascino del significato.

“Offerta fatta dal re” è la traduzione usuale.

Nel  geroglifico, però, nulla è come sembra…per il valore “magico-religioso” della scrittura che “prende vita”, la disposizione dei segni può variare..perchè viene scritta Nsw-htp-di e non htp-di-Nsw?

Per enfatizzare la figura del sovrano, in quanto è l’unico intermediario con le divinità.

Dai sarcofagi ai cofanetti per le suppellettili, dalle anfore ai papiri, questa formula funeraria compare molto spesso. Anche con un’analisi grossolana appare evidente che  gli oggetti sopra indicati, che si vedono esposti  nei musei con sopra quel testo, appartengono a qualsiasi defunto che poteva permetterseli. La presenza della formula non  era, quindi,  a esclusione del sovrano, soprattutto dal Medio Regno in avanti.

Perché nasce questa formula? Diverse sono le interpretazioni: nelle epoche più antiche,  il re concedeva un fondo agricolo o una rendita permanente,  ad alti dignitari, per far sì che avessero le offerte necessarie per il loro sostentamento nell’aldilà.

Nel corso dei secoli l’autorità centrale si indebolisce a tal punto da non poter più mantenere questi privilegi funerari, quindi il culto e le offerte saranno a carico di un figlio del defunto. I benefit si perdono, ma non la formula. La formula, difatti,  racconta ed evidenzia, anche, il ruolo di primo sacerdote che il faraone incarnava; in quanto intermediario tra il mondo terreno e quello divino, era responsabile dei riti da compiere, offerte o sacrifici compresi, a favore delle divinità.

Qui entra in campo il valore performativo attribuito alle parole e il carattere pragmatico degli Egizi. In vita, il faraone, non potendo essere presente in contemporanea in tutti luoghi in cui si officiavano i riti per le divinità, delegava questo compito ai diversi sacerdoti locali, garantendo al tempo stesso la sua presenza attraverso le immagini (statue o raffigurazioni parietali) e formule, hotep di- nesu compreso.

Un volta defunto, la presenza della formula avrebbe consentito al faraone di continuare, come in vita, a svolgere i suoi riti.

Qual è il dono? Cosa regalava il re alle divinità? Cibo! Ci risiamo, il cibo è ovunque. Alimenti donati affinché le divinità fossero soddisfatte e mantenessero l’ordine cosmico.

Ne siamo sicuri? Si (dando per certo di non avere dubbi sulle traduzioni); dobbiamo aggiungere altri due elementi: peret heru, solitamente presenti dopo la formula hotep di Nesw che specificano meglio il potere performativo dei geroglifici.

Viene generalmente tradotto come “invocazione”, “uscire la voce”, “offerta di voce”, ai lati troviamo anche la raffigurazione di una pagnotta e di un vaso di birra, anche se spesso sottintendono un offerta in generale.

 


Quindi bastava pronunciare affinchè nell’aldilà l’offerta fosse fatta!

Mettendo insieme le due formule, il  risultato diventava: “Dono che il re da (alla divinità X ) affinché egli faccia un’invocazione di pane, birra, e generalmente a seguire, di buoi e di uccelli.”

Alimenti! Cibo!

Non ne veniamo fuori! Nutrirsi è un’azione fondamentale che ha sempre “preoccupato” l’Uomo e lo ha costretto ad aguzzare l’ingegno per procacciarsi il cibo. Indipendentemente dalle epoche e dalle latitudini!

Non solo di mera sopravvivenza si parla nell’antico Egitto ma anche di attenzione alla qualità della vita grazie al giusto nutrimento e, aggiungeremmo noi oggi, del corretto apporto calorico.

Nel Medio Regno fu composto il papiro conosciuto come Westcar  che riporta una serie di storie ambientate all’epoca del faraone Keope (Antico Regno)  con protagonisti una serie di maghi e sacerdoti tra cui il venerabile Djedi che, nonostante i centodieci anni, si nutriva quotidianamente con cinquecento pani, mezzo bue e cento brocche di birra. Senza dubbio un’esagerazione ma indicatore chiaro del valore attribuito a una dieta abbondante e di alta qualità: buona salute e longevità.

(tratto da “Piramidi e pentole. Un approccio gastronomico alla grammatica egizia” di Marta Berogno e Generoso Urciuoli, Anankke, 2014)

 

Ah, dimenticavo di dirvi: gli ultimi tre segno sono incredibilmente tutti tipi di pane. Quello tondo a panetto, una pagnotta sulla tavola d’offerta e un ulteriore tipo di pane a forma triangolare! Quanti pani per una formula importante!

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